
NELLA CASA DEL PADRE
“Ha
dato e ricevuto amore”, ho sentito questa espressione da un amico, al funerale
di don Giovanni De Cataldo, in quell’indimenticabile pomeriggio del 7 luglio
1974. Sembrava, infatti, proprio una festa quell’abbraccio corale di un popolo
che diceva grazie a chi lo aveva servito donandogli il bene più prezioso: Dio.
Tempo di materialismo il nostro? Ma quella partecipazione commossa lo smentiva!
E mentre partecipavo alla Messa
concelebrata da moltissimi sacerdoti e presieduta da Vescovo Ausiliare che gli
era stato fraternamente vicino nella lunga e dolorosa malattia, ripensavo a quei
45 anni stroncati dalla leucemia, come ad una vita vissuta all’insegna della
coerenza più limpida. Come uomo, come sacerdote.
Rivedevo gli anni del seminario
diocesano, ove ci siamo conosciuti e stimati. L’ordinazione sacerdotale nella
natia Sava il 4 luglio 1954: gioia, sogno, speranze apostoliche…
Ricordavo il carattere di don Giovanni: volitivo e forte, deciso e lineare,
schietto e sincero, affettuoso e cordiale
Il primo servizio pastorale che gli
viene chiesto è quello di Vice Parroco in S. Maria della Neve a Latiano. Il suo
impegno primario in quei due anni è la cura dei ragazzi e dei giovani, e col suo
lavoro assiduo ne aiuta tanti crescere alla luce dei valori più alti.
Eccolo poi per otto anni Parroco ai
Sette Dolori, una parrocchia popolosa e periferica di Francavilla Fontana,
allora priva di strutture e di una chiesa adeguata. Don Giovanni amplia la
chiesa, costruisce una sala per le adunanze, ma soprattutto edifica giorno dopo
giorno la chiesa viva: nella formazione di quella nuova comunità il suo
contributo resta prezioso e inconfondibile.
Infine nel ’65 l’incarico di
Parroco a San Rocco in Ceglie, dove è morto, quasi sul campo, lavorando fino
all’ultima delle sue forze. L’ingresso è difficile, quasi “clandestino”, essendo
taluni animi eccitati a causa del trasferimento del predecessore. Egli non si
scoraggia: affrontando le difficoltà, riesce con la bontà e lo zelo a
conquistare in breve tempo il cuore dei cegliesi. E’ tutto un fervore di
attività: catechismo ai ragazzi e agli adulti, diffusione della Bibbia e corsi
per approfondirla, apostolato nelle campagne (è dell’estate ’74 la missione in
campagna con i seminaristi di teologia), associazioni giovanili e di adulti,
campeggi per adolescenti, cura degli ammalati, ritiri per anime consacrate,
esperienza dei Cursillos di cristianità, impegno per i restauri della chiesa a
costo di sacrifici non lievi, asilo parrocchiale (sono ancora ricordati i suoi
colloqui semplici con i bambini di scuola materna)
A questo lavoro si intreccia quello
nel più vasto campo dell’Azione Cattolica, come assistente diocesano della
Gioventù Femminile prima e degli adulti poi.
Queste le tappe esteriori di un
cammino sacerdotale, che nel pomeriggio dei funerali passavano nella mente
rapide come le sequenze di un film. Ma quali i sentimenti profondi, interiori?
Alcuni suoi appunti spirituali, che
ho avuto modo di leggere dopo la sua morte, rivelano un suo profilo, inedito ma
tanto più espressivo. Eccone qualche tratto, spigolando qua e là.
“Dalla mia fanciullezza sino ad
oggi, quanti doni mi ha fatto dio, senza neppure che io avessi ad accorgermi.
Grazie, Signore, di questi esercizi in cui ho conosciuto quanto mi hai voluto
bene. Prima forse non avevo pensato tanto. Grazie, Signore!”
Due pensieri mi hanno fatto più
impressione:
“Iddio è pieno di misericordia per
gli uomini, e specialmente per me.”
“In tutti gli eventi della mia
vita, buoni o cattivi, c’è la volontà di Dio. La vita mia dev’essere a lode
della gloria di Dio, tutta di buon esempio. Quello che conta è la grazia di Dio.
Non l’esibizionismo… ma il capitale di grazia. Quello che conta è l’amore di
Dio. In qualunque posto, più delle migliori qualità, vale l’amore verso Dio.
Quella che conta è la preghiera:
l’anima di orazione, il contatto con Dio. Quello che conta è il sacrificio.
Tante volte Iddio dà i doni perché per Lui sacrificati diano tanto frutto.
In ogni circostanza voglio grida
alla Madonna: mostrati Madre! Durante la giornata La invocherò: Madre mia,
fiducia mia!
Devo abituarmi a trascorrere la
giornata alla luce della volontà di Dio che è amore, a saper collegare ogni
avvenimento, piacevole o no, alla Bontà di Dio che mi vuole bene e che
costituisce la mia gioia.
Il sacerdozio vissuto alla presenza
di Dio è un umile servizio per gli altri, per le anime.
Per l’ordinazione ho un’anima
vergine e perciò il mio amore si riverbera su tutto e su tutti, e tutti
raggiunge: la parrocchia, i buoni come i cattivi, i sani come i malati.
Se manca la carità in un sacerdote,
manca tutto: nell’amore vi è la paternità sacerdotale.
Nelle assemblee del popolo sono il
presidente. Ne sono degno?… Oppure l’ultimo mio parrocchiano seduto in fondo è
più degno di me innanzi allo sguardo di Dio?…
Abbandono sereno nelle mani di Dio,
anche nelle situazioni difficili e contrarie al nostro modo di vedere: la
volontà di Dio eseguita ci dona sollievo e toglie le preoccupazioni
dell’avvenire.
E’ ben poca cosa quello che soffro
e patisco su questa terra in confronto alla ricompensa eterna del cielo.
Oggi la morte, forse più di ieri,
giunge improvvisa… A noi cristiani (anche se vi è sempre il senso della paura)
arride la speranza dell’incontro con Dio, nostro Padre”.
Questi pensieri rivelano la
profondità interiore di don Giovanni, che ci ha insegnato a soffrire. Abbiamo
risalito e scoperto così la sorgente segreta e nascosta che alimenta la sua vita
sacerdotale, piena e maestosa come un grande fiume. Questo fiume, dopo aver
fecondato beneficamente durante il suo corso le popolazioni fra cui è passato, è
sfociato ora nell’oceano di amore che è Dio. Ma sulle rive che ha toccato
sbocciano ancora oggi fiori di bontà e frutti di amore nella luce del suo
esempio e nella grazia che la sua preghiera ci impetra.
Dona ancora, Padre, sacerdoti come
don Giovanni: alla nostra Diocesi che ne avverte la mancanza, alla Chiesa!
Un Confratello nel Sacerdozio