
Don Michele Pastore ha amato tanto i suoi parrocchiani, la comunità cegliese
tutta. Ci ha amato fino alla fine. Non ha mai metabolizzato il suo incauto
trasferimento, dopo ben 33 anni di donazione, in quella Francavilla Fontana
che gli aveva dato solo i natali e dove mai avrebbe voluto reinventarsi, perché
Don Michele era un uomo che guardava con passione, tenerezza e trasporto al
futuro. Seminava per raccogliere, raccoglieva per seminare. Non si voltava mai
indietro e voleva che nessuno restasse indietro. La sua casa patema era
diventata un'appendice di San Rocco, di Ceglie,
aveva tappezzato le mura di quadri e quadretti raffiguranti squarci del nostro
paese. Negli anni francavillesi Don Michele, per sopravvivere, scimmiottava tutto ciò che ha fatto nella sua
chiesa dedicata al santo di Montpèllier. Per tanto i suoi nuovi parrocchiani,
i suoi nuovi poveri, i suoi nuovi umili, i suoi nuovi ultimi, gli emarginati, i
suoi nuovi ragazzi, il suo piccolo grande sacrestano già lo amavano e
cominciavano a porsi alla sua sequela. Non era difficile seguire ed amare Don
Michele. Non era difficile porsi sulle orme di chi sa dove andare. Non è
stato difficile, per varie generazioni di cegliesi, lasciarsi benevolmente
"plagiare" dalla forza costruttrice di Don Michele. Oggi che il nostro benamato monsignore non sfreccia più con la sua
vecchia automobile, nessuno di noi suoi "figli" vuole dimenticare. E' già uno
sfavillio d'iniziative. Si sono organizzati tornei di calcetto e gare
ciclistiche a lui intitolati, tanto per fare alcuni esempi. Lo scrivente ha
inoltrato ufficiale richiesta d'intitolazione di una piazza o di una via, al
sindaco di Ceglie,
"figlio" anche lui del nostro compianto sacerdote. Da queste colonne ci
piacerebbe che l'iniziativa acquisisse maggiore forza, perché a Don Michele dobbiamo veramente tanto, tutti.
Per non dimenticare, perché chi ha dato senza nulla chiedere in cambio per oltre
un trentennio, ha il diritto di lasciare il segno, ci piacerebbe che qualcuno
(ente, istituzione o anche privato) permettesse la pubblicazione del sesto
lavoro letterario di Don Michele Pastore. Ultimato nei giorni precedenti il suo estremo saluto. Vi
aveva lavorato alacremente. Temeva di non farcela, incalzato da un grave male.
Diamo noi l'ultima spallata. Non lasciamo che il suo "testamento spirituale"
rimanga un desiderio. Diciamo anche noi il nostro grazie a monsignor Michele
Pastore e consegniamolo, come lui merita, alla storia della nostra amata e
comune terra.
Damiano LEO Pubblicato su:
"www.ceglieplurale.it"
Intitolata a Don Michele Pastore la Caritas parrocchiale di
San Rocco. La semplice, ma suggestiva e partecipata cerimonia, è avvenuta
domenica 6 Novembre 2005 alla presenza del vescovo di Oria monsignor
Michele Castoro. L'albero forte e vitale del nostro amato ed indimenticabile
parroco, continua a dare buoni frutti. Intitolargli la Caritas di quella che è
stata la sua parrocchia per oltre un trentennio, la dice lunga su come si poneva
il compianto nei confronti della sua comunità. Questa stessa comunità che ora,
con commozione e riconoscenza, mantiene vivo il suo ricordo. Conscia, però, che
non saprà mai "restituirgli" tutto ciò che ha ricevuto. D'altronde neanche lo
stesso Don Michele vorrebbe che ciò accadesse. Lui ha dato tanto senza mai nulla
chiedere in cambio. Ha amato i suoi parrocchiani come un padre ama i propri
figli. Ponendo la sua attenzione soprattutto sui più bisognosi, sugli ultimi,
sui derelitti, sulle madri sole ed indigenti. Intitolargli la Caritas
parrocchiale ha significato legare il ricordo di Don Michele alla storia degli ultimi, di quelli che saranno i primi nel regno
dei Cieli. Ha significato dare forza, e per sempre, ad un sacerdote che ha
saputo essere la bandiera dei deboli. Un sacerdote che non disdegnava di voltare
le spalle ai potenti se questi non agivano secondo sana, pura e giusta etica. Ai
"trenta potenti della terra", voleva indirizzare altrettante lettere, nei suoi
ultimi giorni di vita. Lo ricordava ogni qualvolta andavamo a trovarlo nei
luoghi della sua sofferenza fisica. Al capezzale della sua passione. Lui,
paladino degli ultimi, poeta e scrittore ormai affermato, voleva ricordare ai
potenti che il mondo più che di vessazioni e soprusi ha bisogno di attenzione
per i deboli e impegno costante volto al bene comune. Avrebbe voluto avere il
tempo di far sentire il suo grido d'allarme contro un mondo sempre più in
disfacimento. Più volte ci aveva detto di avere quasi pronti un paio di lavori
da dare alle stampe: la raccolta delle rappresentazioni teatrali scritte in
oltre trent'anni (titolo provvisorio "X Y Incognita sui Sole d'Oriente") e le
"Trenta lettere ai potenti della terra".
Damiano LEO Pubblicato su:
"www.ceglieplurale.it"
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